Quando il sole batte il nucleare
L'incubo nucleare torna in quel di Fukushima, la città nota a tutto il mondo per il disastro avvenuto a Marzo: una palazzina è stata costruita con cemento radioattivo, esponendo gli inquilini alle radiazioni, mentre si cerca di capire se vi siano altre costruzioni che hanno utilizzato materiali dannosi.
Fukushima è una città giapponese di 280 mila abitanti situata nella parte ad est del Paese: a Marzo scorso, quasi un anno fa, un terremoto di grande intensità provocò gravi problemi alla centrale nucleare adiacente, provocando il più recente disastro nucleare dopo quello di Chernobyl. Situazioni di emergenza di questo genere restano a lungo nella mente degli abitanti e solo il tempo potrà permettere loro di vivere in maniera più serena: ora, però, è tornato l'incubo nucleare a causa della scoperta di un palazzo costruito con cemento radioattivo.
Questo fatto è venuto a galla dopo che l'esposizione al dosimetro, un dispositivo che determina l'esposizione individuale alle radiazioni, ha rivelato che un ragazzo ha assorbito ben 1,62 millisievert nell'arco di tre mesi mentre il governo ha stabilito un parametro di sicurezza di 1 millisievert l'anno. Le indagini condotte in seguito hanno portato gli investigatori all'abitazione, dove è stato ritrovato cesio radioattivo all'interno del cemento: in particolare, i livelli di radioattività all'interno della palazzina, peraltro costruita solo 6 mesi prima, erano maggiori che all'esterno.
Questo è dovuto al fatto che la ghiaia utilizzata proviene da un cantiere nella città di Namie, a pochi chilometri dai reattori di Fukushima, e questa vicinanza ha fatto si che il materiale venisse contaminato: il probelma, però, si complica, visto che il proprietario della cava ha spedito 5200 tonnellate di ghiaia a 19 aziende diverse, due delle quali hanno rivenduto il materiale ad altre 200 imprese. Come è intuibile, la faccenda è molto più complicata del previsto e le persone a contatto con questa ghiaia tossica potrebbero essere già migliaia.■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■ ■
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